La Duchessa di Galliera

2017

Testo e regia Laura Sicignano

Con Annapaola Bardeloni

Scene e costume di Francesca Mazzarello e Carolina Tonini

Luci e suoni di Luca Serra

Crediti

Si narra la storia della celebre nobile genovese, che fu, insieme al marito Raffaele De Ferrari, impareggiabile mecenate della città di Genova.
Maria Brignole Sale De Ferrari (1811 – 1888) visse gran parte della sua vita a Parigi e in viaggio per l’Europa, dove frequentò i più celebri salotti del tempo. Suo marito, erede dei già facoltosi De Ferrari, riuscì a moltiplicare straordinariamente le ricchezze famigliari, investendo in quattro continenti. La vita privata della coppia fu funestata da eventi luttuosi e restarono senza eredi. Le vicende famigliari dei Brignole De Ferrari sono in parte avvolte nel mistero, ma ebbero ripercussioni eccezionali sulla città di Genova a cui donarono inestimabili ricchezze.

Note di regia

Se vogliamo trovare una linea, lo spettacolo si inserisce in quella del mio grande amore per la Storia, in particolare e spesso per la Storia delle donne. Come sempre nei miei lavori, si parla di relazioni umane: qui di amicizia, di rapporti coniugali e molto di madri e figli. Quindi, sì, è la storia della Duchessa di Galliera, nobildonna vissuta nel diciannovesimo secolo, ma ci ho messo molto di tutti noi.
Circa una decina di anni fa il Comune di Genova mi assegnò una “commissione”: due spettacoli dedicati a due momenti della storia della città. Uno di questi doveva essere dedicato ad Anna Pieri Brignole Sale. Si trattò quindi di studiare e drammatizzare la vita di una donna illustre, intelligente e politicamente impegnata, ma un po’ dimenticata nella memoria storica. Ne nacque un piccolo spettacolo, che ebbe vita lunghissima, in luoghi legati alla vita della protagonista. Tra tutti, il Teatro di Villa Duchessa di Galliera, che Anna Pieri fondò e che il Teatro Cargo contribuì a riaprire dopo secoli di polvere. Una coincidenza stupefacente, un dialogo nel tempo che immagino tra noi donne del Cargo e l’appassionata Anna, nume tutelare del piccolo teatro più antico di Liguria.
Era inevitabile che giungessi a dedicare uno spettacolo alla più nota Duchessa di Galliera, nipote di Anna, tanto colta quanto l’amatissima nonna, ma di idee politiche opposte: Anna napoleonica, la nipote conservatrice. Anna libera pensatrice, Maria molto devota. Entrambe ricchissime e dal forte carattere scelgono di vivere con la massima indipendenza consentita allora dall’epoca e dal blasone. Entrambe innamorate di Voltri, entrambe viaggiatrici instancabili per le più importanti corti europee, la nonna più per politica, l’altra per relazioni sociali.
A Palazzo Rosso sono custoditi i ritratti di entrambe. Anna indossa un abito morbido, i capelli sciolti, è in un paesaggio aperto, accanto ad un cesto di fiori gioiosi, sorride all’osservatore: sembra il volto della primavera. Accanto a questo quadro vi è quello del suo caro amico, un barone del Nord Europa che le fu molto vicino: Anna dopo essere rimasta vedova, non si sposò più.
Maria è ritratta circondata da simboli di morte: cipressi, statue piangenti, una rosa recisa. Porta sulle ginocchia il bellissimo figlio bambino Filippo, che però ignora. Il suo sguardo è rivolto al busto dell’altro figlio, l’adorato Andrea, che incombe come un remoto piccolo spettro. Ha un abito casto e ricco, una pettinatura elaborata. Si trova in un interno colmo di arredi, con un grande specchio alle sue spalle che rende complessa la visione. Maria ebbe una vita segnata da un’interminabile sequenza di lutti. Figlia femmina di un casato senza eredi maschi, è educata in modo squisito perché destinata ad un matrimonio degno. Impara presto e bene a recitare il proprio ruolo di bambina studiosa, giovinetta obbediente, moglie salottiera, madre devota, nobile impeccabile. Accetta come cosa ovvia di sposarsi a 17 anni con Raffaele De Ferrari, ricchissimo. Sulla carta il matrimonio è perfetto, ma dalle lettere dei coniugi trapelano incompatibilità insuperabili. Viaggiarono tutta la vita, il più possibile lontani. Condivisero solo i dispiaceri e la scelta coatta di lasciare i propri beni a Genova. Nella folla delle loro relazioni, sembra esserci una condanna alla solitudine.
Maria chiusa nei bustini ottocenteschi che imponevano al corpo femminile posture innaturali, sofferenze e svenimenti, con disinvoltura e successo seppe muoversi nei salotti più esclusivi (e spietati) d’Europa. Recitò anche quando la vita le tolse brutalmente il figlio venerato, che perfezionava il suo compito di donna di censo: la produzione dell’erede maschio destinato al successo. Ma l’erede muore. E lì qualcosa si spezza. Cosa accade sotto quelle vesti così composte e lussuose, che segnano un severo rappel à l’ordre nella politica europea e sul corpo femminile, dopo le vesti “sciolte” del secolo precedente? Il corpo femminile è compresso, nascosto, aumentato nei fianchi con smisurate gonne, le caviglie che appaiono e scompaiono, suscitano feticci maschili. L’assurda morte del figlio perfetto spezza qualcosa sotto quelle vesti. Maria, che partorirà poi un altro figlio, il mai amato Filippo, sembra scegliere di invecchiare. La vediamo farsi ritrarre dal fotografo Nadar cristallizzata in un lutto ormai perenne. La ricordiamo immortalata nella statua di marmo bianco e freddo a Palazzo Rosso, vecchia per sempre. Ignora Filippo, recita ancora nei salotti francesi, architetta una grande tomba di famiglia, dove riposare per sempre accanto al compianto Andrea. Piange e non riesce più ad amare. E quel che le ritorna indietro è il rifiuto del figlio Filippo, da lei descritto come “petulante” da bimbo, “nervoso” da fanciullo, comunque mai all’altezza del defunto fratello. Filippo non riuscendo a conquistare l’amore materno, nell’assenza di un padre depresso e lontano, sbanda, si dissipa, accumula francobolli che poi disperde e sparisce senza nome, rinunciando al blasone. I coniugi immensamente ricchi e soli ora non possono che donare all’unica erede rimasta, la città. Quel donare senza precedenti di Maria a me sembra un farsi a pezzi. Così la collezione di francobolli di Filippo dopo la sua morte viene venduta e dispersa. Come i beni di famiglia a cui ha rinunciato. Filippo si cancella, cancella il nome, che cambia più volte, ripudia il blasone, si disfa di una famiglia ingombrante, di una responsabilità che non vuole sostenere, sente la colpa del denaro.
Nello spettacolo tutto quanto si narra è vero, attinto da documenti d’epoca e dagli atti del convegno dedicato alla famiglia.
L’unica invenzione poetica è Maria, la narratrice, interpretata da Annapaola Bardeloni. Maria è un’altra Maria. E’ una Maria inventata: ho immaginato una cameriera con arti di giardinaggio che non si muove mai dalla casa natia, non viaggia, a differenza della sua omonima Duchessa, non ha blasone, non ha figli, ha il dovere di rispettare poche regole: non forzare la natura, ma assecondarla. La Maria poetica è un po’ strega e un po’ saggia medichessa, comprende e non giudica; è zoppa come un demone, ma colma d’immaginazione e d’amore. È una Parca che tesse il racconto e lo passa a chi ascolta con la necessità di narrare, forse per l’ultima volta, la storia del suo alter ego. Maria è vecchissima e quindi assolutamente libera: una bella sfida per l’attrice interpretare l’estrema vecchiaia, che contiene però tutte le precedenti età della vita e le supera in sintesi sapiente e folle. L’attrice deve girovagare per le ere del personaggio, oltre che affrontare tanti personaggi in un’unica storia.
Maria la cameriera ama fino all’ultimo giorno di vita, fino all’ultima parola della storia. Si circonda dei fiori coltivati nel giardino dei Brignole Sale e ispirati ai ritratti delle nobili signore. Compone con i fiori che lei ha fatto nascere un quadro di sentimenti e parole, trapianta una rosa dedicata alla sua amica Duchessa. La Duchessa, a cui la nostra Maria è devota per tutta la sua immaginaria vita, forse non si accorge neppure dell’esistenza di un’oscura cameriera nella residenza estiva di Voltri. Ma alla nostra Maria non importa. Non si tratta del classico rapporto servo / padrone, ma di una relazione magica, ariosa e piena di armonia: non c’è sudditanza, in questa Maria poetica, ma grande comprensione per l’amica. Solo Maria la cameriera, capace di inventare una lingua, di creare una rosa, di comprendere senza giudicare, può vivere cento anni e raccontarci la Storia.

Laura Sicignano

Sinossi
Rassegna stampa
Translate »